SAN TARCISIO MARTIRE

Preghiera a S. Tarcisio

 

 

Martire innocente e coraggioso,

San Tarcisio, con il tuo gesto d'amore

tu ci insegni come si dona la vita

per testimoniare la fede in Cristo

 

In unione con tutta la Chiesa

ti riconosciamo nella schiera dei martiri,

ti onoriamo perché portasti a termine

con tutte le forze la missione

di confortare con l'Eucaristia

i fratelli nella fede incarcerati

"per il nome di Cristo".

 

La tua memoria sia di esempio

a noi che accettiamo di seguire

Cristo sulla via che porta

dalla sofferenza alla gloria,

dalla fede alla comunione eterna

con il Padre.

 

San Tarcisio, intercedi per noi,

affinché, vivendo nella fede della Chiesa,

che celebra l'Eucaristia,

meritiamo di sentire rivolte anche a noi

le parole di Gesù:

"Voi siete quelli che avete perseverato

con me nelle mie prove;

ed io preparo per voi un regno",

dove nulla ci potrà più separare

dall'amore di Dio. Amen.

 


DOCUMENTI CHE SI RIFERISCONO A SAN TARCISIO

TARSICIO, santo, martire di Roma

1.      FONTI

Unica fonte storica intorno alla figura di T., divenuta simbolo di martire dell'Eucaristia, è l'epigrafe posta da papa Damaso sul suo sepolcro. La passio S. Stefani papae et martyris (BHL, Il, p. 1136, n. 7845) non fa che parafrasare la suddetta epigrafe e fissa la data della morte al 15 ag. (257).

Ecco i quattro esametri damasiani:

«Tarsícium sanctum Christi sacramenta gerentem / cum male sana manus peteret vulgare profanis / ipse animam potius voluit dimittere caesus / prodere quam canibus rabidis coelestia membra» (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 117‑19).  

 

2.      VITA

Secondo il contesto dell'epigrafe T. è abbinato a s. Stefano protomartire più per il martirio (caesus) che per la qualifica gerarchica (levita); la passio citata lo dice accolito, e ciò è possibile poiché a metà del sec. III in Roma la gerarchia era articolata nei vari gradi (Ep. Cornel. ad Fabium Antioch., in Eusebio, Historia Ecclesiastica, VI, 43), ma T. potrebbe essere anche un diacono se si pensa a s. Stefano di Gerusalemme a cui è paragonato, ed a quanto scrivono Cipriano di Cartagine (De lapsis, 13), e Giustino un secolo prima (Apol. 65). La versione armena della passio  Stepbani papae lo chiama homo quidam. La stessa ipotesi che fosse diacono induce a pensare T. di età matura; chi invece lo ritiene accolito, data l'età spesso giovanile dei ministri inferiori (v. Iosi e Peterson, cit. in bibl.), è stato indotto a ritenere T. un adolescente (cf. N. Wiseman, Fabiola, p.te II, cap. 22, Il Viatico).

 Ma l'atto che sublima la vita di T. è il martirio; per questo il suo nome è stato trasmesso dai secoli, unito al culto prestato alle sue reliquie ed alla sua tomba, nella quale « sepultus est XVIII Kal. Sept. » (15 ag.). Tale data obituaria della passio è stata accolta da Adone nel suo Martirologio ed è passata nel Martirologio Romano; mentre l'anno della morte è riferito dal Dufourcq (cít. bibl.) al 257.

  3.      CULTO

Il corpo di T. fu sepolto in coemeterio Callisti, sulla via Appia, secondo il Menologío Basiliano, con papa Stefano. Secondo il De Rossi ed il Marucchi fu trasferito nella cosiddetta Cella tricora, in un sarcofago insieme a papa Zefirino, come attestano la Notitia ecclesiarum ed il De locis ss. martvrum, del sec. VII (Marucchi, Catacombe, 191). Paolo I (m. 767) lo portò nella basilica di S. Silvestro in Capite insieme ad altri corpi di martiri, elencati nella Noticia nataliciorum sanctorum hic requiescentium, ivi conservata.

La lapide riportata dal Marchetti (v. bibl.) cosi ricorda la presenza delle reliquie: « mense iulio, dìe XVI, natale sanctorum Zeferìnì papae et Tarsicii martyris »; nella stessa basilica di S. Silvestro in Capite le reliquie subirono varie traslazioni (1267, 1521), di cui l'ultima è riferita all'anno 1596. Una indagine nell'Archivio della Basilica, depositato presso l'Archivio di Stato in Roma ed una ricognizione delle reliquie conservate sotto l'altare maggiore darebbero la possibilità di identificare i resti del celebre martire.

Una reliquia fu portata in epoca imprecisata ma abbastanza antica nella basilica Vaticana, come ci attesta la lapide citata dal Torrigio (Le sacre Grotte Vaticane, Roma 1675, p. 18) e riportata dal Dionisi (cit. bibl., p. 101; cf. il codice Vaticano Barb. lat. 2733, f. 238).

Un problema ha suscitato il corpo di s. Tarcisio portato nel 1646 da Roma a Napoli nella chiesa di S. Domenico Maggiore, che il De Rossi ritiene possa essere dell'accolito di papa Stefano; comunque non il T. celebrato da Damaso con l'epigrafe sopra ricordata.

Il culto a s. Tarcisio riprese nel secolo scorso ad opera del romanzo Fabiola di Wíseman (Londra 1855) che rese attraente la figura dell'intrepido adolescente. A Roma gli venne dedicata nel 1939 una chiesa al IV miglio, opera dell'architetto Rossi (Armellini, p. 1460).

Una cappella è stata intitolata a s. Tarcisio presso la parrocchia del S. Cuore al lungotevere Prati, dal Collegíum Tarsicii, di cui è patrono. Nel secolo scorso il santo dell'Eucaristia è stato scelto come patrono dei Chierichetti, dei Paggi del S.mo Sacramento e circa trent'anni fa degli Aspiranti minori della G.I.A.C. Gioventù Italiana dell'Azione Cattolica.

Altari sono stati dedicati a Tarcisio a Roma, Grottaferrata, Napoli, Pesaro, Forlí, Fossano, Versailles, etc, Il nome di T. fu usato nell'antichità (cf. Diehl, n. 4263).

La data della commemorazione è fissata al 15 ag. dal Martirologio Romano e dal Sinassario armeno (Anal. Boll., LXVIII [ 19501, pp. 269 e 284); nel Collegio Capranica di Roma la festa ricorre il 25 novembre.

  4.      ICONOGRAFIA

L'iconografia del secolo scorso ci presenta una efficace scultura di Falguière, ispirata ad un'opera di David, e conservata al Louvre; s. T. vi è rappresentato steso a terra stringendo al cuore l'Eucaristia; del nostro secolo è il dipinto di M. Blanchard (Réau, 111, 1245‑46). A Roma oltre alla pala d'altare della cappella citata, si conserva un dipinto del Cisterna nella chiesa del Corpus Domini alla Nomentana; altri quadri sono ricordati dal Marchetti nelle chiese di S. Silvestro in Capite, di S. Maria in Monte Santo, di S. Sebastiano sulla via Appia ed infine nelle città sopra ricordate; una scultura del faentino Enrico Dal Monte (1916) è venerata nella chiesa di S. Lorenzo in Faenza.

  5. BIBLIGRAFIA.: De Natalibus, Cat,, VII, Lione 15j93~ f. 144; Acta SS. Augusti, 1, Venezia 1750, pp. 139‑44; F. L. Dionisi, Sacrarum Vaticanae Basilicae cryptarum monumenta, Roma l828 p. 101, tav. XXXIX; De Rossi, RSC, I, pp. 149‑52; 11, pp. 9‑10; J,‑M. Lambert, Une fleur du cimitière de Calliste; étude bistorique et critique sur saint Tharsicius acolyte, Roma‑Parigi 1890 (cf. Anal. Boll., X, [18911, pp. 66‑67); G.B. Lugari Ricerche archeologico‑critiche su s. Tarsicio, Roma 1898; Dufourcq, Cesta, 1, pp, 178‑79: Quentin, pp. 436, 460, 576; G. Wilpert, La cripta dei papi e la cappella di S. Cecilia nel Cimitero di Callisto, trad. E, Josi, Roma 1910, pp. 110‑112; 0. Marucchi, La questione del sepolcro del papa Zefirino e del martire T. in seguito ad un'ultima scoperta, in Nuovo Bullettino di Archeologia Cristiana, XVII (1911), pp. 217 sg,; A. Marchetti, S. Tarcisio  Romano protomartire dell'Eucaristia, Forlí 19173; E. Josi, Lectores, Scbola cantorum, Clerici, in Ephemerides liturgicae, XLIV (1930), pp. 282‑90; 0. Marucchi, Le catacombe romane, 3a ed. a cura di E. Josi, Roma 1933; E. Peterson, Das jungendliche Alter der Lekioren, in Ephemerides liturgicae, XLVIII (1934), p. 437; Delehaye Etude pp. 25‑26; Comm. Martyr. Rom., p. 340, n. 2; Vies des Saints, VIII, pp. 270‑71; A. Amore, in Enc. Catt., XI, col. 1776‑77; DACL, XV, coll. 1975‑76; Réau, III, pp. 1245‑46; A. Amore, in LThK, X2, col. 11.


 

Notizie dal romanzo "FABIOLA"  di Wíseman (Londra 1855) 

Nel libretto preparato per la festa del 1993, il parroco ha tradotto dallo spagnolo alcune pagine riguardanti il Santo che festeggiamo. Pur rimandando a tale libretto chi vuol meglio conoscere S. Tarcisio, ci sembra giusto scrivere anche in questa occasione qualcosa su di lui.

Dopo una breve introduzione, copieremo alcune pagine dal Romanzo FABIOLA di WISEMAN (Londra 1855) che rese attraente la figura di questo intrepido adolescente. Chi visita le Catacombe di S. Callisto, può notare nel sopratterra un monumento paleocristiano, situato verso l'Ardeatina, conosciuto con il nome di "Trifora Oc-cidentale". Al momento della scoperta fatta dal De Rossi nel 1844 era un casale di campagna. Attualmente é una piccola chiesa, ma all'origine doveva essere una basilichetta sulla tomba di un martire. Durante gli scavi compiuti dalla  Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nel 1979-80, sono stati scoperti otto mausolei, addossati alla tricora. 

Sono tombe di famiglia, fatte costruire con desiderio di avere la protezione del martire ivi venerato, il cui nome gli archeologi non sono ancora riusciti ad accertare.

Ma, basandoci sulle indicazioni delle antiche guide dei pellegrini, i cosiddetti ITINERARI, possiamo ipotizzare che fosse proprio S. Tarcisio, il protomartire dell'Eucaristia.

Secondo la tradizione, l'adolescente Tarcisio fu martirizzato da un gruppetto di malviventi mentre portava l'Eucaristia ai cristiani nelle carceri. Il suo martirio dovrebbe essere avvenuto il 6 agosto dell'anno 258 dopo la messa celebrata dal sommo pontefice Sisto II°, aiutato anche da Tarcisio, che fungeva da accolito. L'ordine dell'accolitato era riservato ai fedeli che più si distinguevano per la bontà e le virtù. Questo giovinetto martire é annoverato nel martirologio romano il 15 di agosto, e ne veniva commemorata la morte nel cimitero di S. Callisto.

Nel secolo scorso S. Tarcisio é stato scelto come Patrono dei Chierichetti, dei Paggi del SS.mo Sacramento, e, in questo secolo, degli Aspiranti minori della Gioventù Italiana di Azione Cattolica.

Secondo il Menologio Basiliano, il corpo di Tarcisio fu sepolto in "coemeterio Callisti" con Papa Stefano. Secondo il de Rossi e il Marucchi fu trasferito nella cosiddetta "Cella tricora", in un sarcofago assieme a Papa Zefirino. Paolo I° (m. 767) lo portò nella basilica di S. Silvestro in Capite assieme ad altri corpi di martiri. Attualmente si trova nella Cappella dell'Angelo Custode (prima era nell'attuale cappella di S. Domenico dove si conservava il Santissimo) in S. Domenico Maggiore di Napoli, trasferito da Carlo della Gatta, principe di Monasterace, che lo aveva ricevuto in dono da Innocenzo X in riconoscimento del suo aiuto e specialmente per la vittoria riportata ad Orbetello nel corso della Guerra dei Trent'anni (1646). Una reliquia si conserva in un grazioso cofanetto nella Cappella dell'Istituto S. Tarcisio, qui a Roma, in Via Appia Antica, 102.

Ma leggiamo il Capitolo XXII di Fabiola. Oltre a conoscere meglio il Santo che festeggiamo, possiamo anche riscoprire alcune virtù cristiane molto utili.

Quel che avveniva nell'interno del carcere costituiva un vero contrasto con quella gazzarra furibonda della strada. Vi regnavano pace, serenità, letizia e gioia; le mura di pietra greggia e le volte echeggiavano ai canti salmodianti, intonati da Pancrazio e ripetuti da sotterraneo a sotterraneo; i prigionieri del camerone sottostante rispondevano ai fratelli sovrastanti, in un'alternativa di versetti, tratti dai salmi, che venivano naturalmente suggeriti dalle circostanze.

La vigilia del giorno in cui dovevano lottare con le belve, o, meglio, in cui queste li avrebbero sbranati, si concedeva loro una maggiore libertà. Si permetteva agli amici delle vittime prescelte di visitarle, ed i cristiani approfittavano arditamente di questo permesso, affluendo alla prigione e raccomandandosi alle preghiere dei benedetti seguaci di Cristo. La sera, i condannati venivano condotti alla così detta cena libera, cioé ad un abbondante e persino sontuoso banchetto pubblico. La tavola era circondata da pagani, curiosi di vedere come si sarebbero comportati e che aspetto avrebbero assunto i combattenti del giorno dopo. Ma non potevano scorgere nei cristiani né l'ostentazione insolente, né l'amara prostrazione dei condannati comuni. Per quei commensali il banchetto era una vera agape o festa d'amore, giacché essi cercavano la vera letizia, e la cena era animata da una conversazione disinvolta....

Mentre i persecutori imbandivano così un banchetto materiale alle loro vittime, la madre Chiesa preparava un banchetto assai più lauto per le anime dei suoi figli... per inviare verso sera ai campioni di Cristo un numero di particole del Pane della Vita, sufficiente ad animarli tutti la mattina del giorno destinato alla lotta...

Quando il pane consacrato fu pronto, il celebrante si volse dall'altare, su cui esso era posato, per vedere a chi dovesse meglio affidarlo. Prima che alcuno potesse offrirsi, il giovane accolito Tarcisio gli si inginocchiò dinanzi, con le mani protese, pronte a ricevere il sacro deposito. Con il suo volto spirante innocenza, come quello di un angelo, pareva implorasse di essere il preferito, o, meglio, ne reclamasse quasi il diritto.

"Tu sei troppo giovane", disse il buon celebrante, pieno di ammirazione a quella vista.

"Padre mio, la mia gioventù sarà la miglior protezione. Oh! non negarmi questo altissimo onore!"

Aveva le lacrime agli occhi e le sue guance erano soffuse da un rossore di modesta emozione, mentre pronunciava queste parole. Protendeva le mani con tanto fervore e la sua preghiera era così piena di passione e di coraggio che il celebrante non seppe resistere. Prese i Divini Misteri, accuratamente avvolti in un panno di lino, e poi, avvolti in una seconda copertura, glieli depose tra le mani dicendo: "Ricordati, Tarcisio, quale tesoro é affidato alle tue cure. Evita i luoghi pubblici lungo il tuo cammino, e ricordati che le cose sante non vanno date in pasto ai cani e che le perle non sono fatte per i porci. Custodirai fedelmente i sacri doni di Dio?".

"Morrò piuttosto che non compiere il mio dovere - rispose il santo giovane, riponendosi in seno il cibo divino, e con serena riverenza si mosse per compiere la sua missione".

Traspariva dalle sue sembianze una grazia non comune ai giovani della sua età, mentre si affrettava con passo leggero per le strade, evitando i punti più frequentati come quelli più deserti.

Quando fu presso il portone di un gran palazzo, la proprietaria di esso, una ricca matrona senza figli, lo vide e rimase colpita dalla sua bellezza e dalla dolcezza del suo volto, mentre egli si affrettava per la via con le braccia conserte.

"Fermati un momento, caro figliolo, - esclamò, intercettandogli il passo - chi sei? dimmi! e chi sono i tuoi genitori?".

"Mi chiamo Tarcisio e sono orfano le rispose, alzando gli occhi sorridenti - non ho casa io, se non una che forse ti spiacerà di sentir nominare".

"Allora vieni a riposarti in casa mia; ho da parlarti. Oh! se avessi anch'io un figlio come te!"

"Ora non posso, signora, ora no. Mi é stata affidata una solenne e sacra missione e non devo perdere un minuto prima di averla compiuta".

"Allora promettimi di venire domani. Guarda, questa é la mia casa".

"Se sarò vivo, verrò certamente", rispose il giovinetto, con uno sguardo ispirato che lo fece sembrare alla Patrizia un messaggero sceso dalle più alte sfere.

Ella lo seguì con lo sguardo per un po', poi, dopo aver riflettuto alquanto, decise di seguirlo. Poco dopo udì un gran frastuono interrotto da grida sguaiate, ed ella si fermò finché non fu tornato il silenzio; poi riprese la sua strada.

Frattanto, Tarcisio, assorto in più alti pensieri che non fosse l'eredità di quella Patrizia, aveva affrettato il passo ed era giunto in breve ad un piazzale, dove stavano giocando dei ragazzi appena usciti da scuola.

"Ci manca proprio un ragazzo per questo gioco. Dove lo troveremo ora?", chiese il caporione.

"Oh! guarda che combinazione!" esclamò un altro - Ecco Tarcisio, che non s'é fatto più vivo da tanto tempo. Una volta era bravissimo in ogni specie di gioco. Vieni, Tarcisio - continuò stringendogli il braccio - Dove vai tanto in fretta? Vieni a giocare con noi! Sii buono!"

"Non posso ora, Petilio; non posso davvero. Ho da fare una commissione di grande importanza!"

"E allora ci verrai per forza - fece quegli che aveva parlato per primo; un ragazzone grande, grosso e prepotente, che gli fu subito addosso. - Sai che non ammetto repliche quando voglio qualcosa. Prendi subito parte al nostro gioco!".

"Te ne scongiuro - supplicò il povero figliolo con tutta l'anima - lasciami andare!".

"Niente affatto - ribatté l'altro - Ma che cosa hai di così prezioso da portare in seno con tanta cura? Forse una lettera? Poco male se arriverà a destinazione mezz'ora dopo! Dalla a me ed io la metterò al sicuro finché giochiamo".

Ed allungò la mano per togliergli di dosso il sacro deposito.

"Mai, mai" - rispose il giovinetto, alzando gli occhi al cielo.

"Eppure voglio vedere di che cosa si tratta - insistette l'altro in tono brusco - voglio sapere in che cosa consiste questo tuo prezioso segreto" E cominciò a malmenarlo. Subito si radunò lì attorno un capannello di curiosi, chiedendo di che si trattasse. Videro Tarcisio che, con le braccia conserte, pareva animato da una forza soprannaturale per poter resistere ad un ragazzo assai più alto e più forte di lui, il quale voleva vedere che cosa portasse in dosso. Pareva che i suoi pungi, i suoi strattoni, i calci e le percosse non producessero alcun effetto. Il poveretto sopportava tutto senza mormorare, senza il minimo tentativo di reazione. Ma resisteva strenuamente.

"Ma che cos'é , di che si tratta?", si chiedevano i presenti. Quando, per caso, si trovò a passare di lì Fulvio e si udì al capannello dei curiosi adunati attorno ai due contendenti. Riconobbe subito Tarcisio, avendolo visto alla festa dell'amministrazione degli Ordini Sacri.

Quando qualcuno della folla, vedendolo vestito meglio degli altri, gli rivolse la medesima domanda, rispose in tono di disprezzo, voltando le spalle a tutti: "Che cos'é ? Non vedete? E' un asino cristiano che porta i Misteri. Non ci fu bisogno d'altro.

Fulvio, che non aveva voluto perdersi dietro una preda tanto meschina sapeva bene l'effetto che le sue parole avrebbero prodotto.

La curiosità pagana di vedere svelati i Misteri cristiani e la voglia di recar loro oltraggio si erano svegliati in quell'accolta di oziosi, ed ora tutti ad una voce chiedevano a Tarcisio di consegnare quanto aveva in custodia. "Mai, finché io viva", fu l'unica sua risposta. Un fabbro gli lasciò andare un tremendo pugno, che lo stordì e il sangue cominciò a sgorgargli dalla ferita. Seguì una vera tempesta di percosse, sinché, tutto pesto e malconcio, ma con le braccia tuttora strette al seno, il ragazzo si lasciò cadere a terra.

La folla gli fu sopra, e v'era chi, afferrandolo, stava già per carpirgli il tesoro, allorché gli assalitori si sentirono spinti a destra e a sinistra da due braccia poderose.

Qualcuno andò a finire a gambe all'aria fino all'altro lato della piazza, altri piroettarono su se stessi, finché caddero al suolo, e gli altri retrocessero tutti dinanzi ad un centurione di forme atletiche, che era stato la causa del subitaneo mutamento di scena. Non appena ebbe sgombrato il terreno, egli si inginocchiò accanto al giovinetto e, con gli occhi pieni di lacrime, sollevò il corpo malconcio e semi svenuto con la tenerezza di una madre, e gli chiese con la voce più dolce: "Ti hanno fatto molto male, Tarcisio?" . "Non pensare a me, Quadrato, - gli rispose il ragazzo, aprendo gli occhi e sorridendo - ho addosso i sacri Misteri; prendili in custodia tu!".

Il soldato prese in braccio il ragazzo con profonda riverenza. Era come se portasse non solo la dolce vittima di un sacrificio giovanile e le reliquie di un martire, ma lo stesso Re e Signore dei Martiri e la stessa divina Vittima della salvezza eterna. Il ragazzo appoggiò fiducioso il capo sulla spalla del robusto soldato, senza rallentare un solo istante la stretta fedele sul tesoro affidatogli. Il suo portatore non sentiva peso alcuno per quel duplice fardello benedetto.

Nessuno osò contrastargli il passo, finché una signora gli mosse incontro, guardandolo meravigliato. Gli si fece accanto e osservò attentamente il ragazzo che egli stringeva tra le braccia.

"E' mai possibile? - ella esclamò con terrore - Questo é Tarcisio, il ragazzo che ho veduto poco fa, così bello e gentile! Chi lo ha ridotto in questo stato?".

"Signora, - rispose Quadrato - lo hanno ucciso perché era cristiano".

La donna guardò un istante i viso del giovinetto, che aprì gli occhi, le sorrise e spirò. Da quello sguardo emanò un raggio di fede. Ed ella si fece presto cristiana.

Il venerabile Dionisio, con gli occhi velati dal pianto, rimosse le mani del giovinetto e gli tolse dal seno il Santo dei Santi. Gli pareva che ora Tarcisio assomigliasse più ad un angelo, addormentato nel sonno del martire, che non qualche ora prima, quando era ancora vivo. Quadrato stesso portò le spoglie al cimitero di Callisto, dove la vittima fu sepolta tra l'ammirazione dei suoi compagni di fede più vecchi di lui. Qualche tempo dopo il santo papa Damaso gli compose un epitaffio...

Tarsicium sanctum Chrísti sacramenta gerentem

cum male sana manus premeret

ípse anímam potius voluit dímíttere caesus

prodere quam caníbus rabídis caelestía membra.

"Mentre uno scellerato gruppetto di fanatici si scagliava su Tarcisio che portava l'Eucaristia, per profanarla, il Giovane preferì perdere la vita piuttosto che lasciare ai cani rabbiosi il Corpo di Cristo".

La notizia di quanto era accaduto giunse ai prigionieri soltanto dopo il banchetto.

Forse il timore di essere privati del cibo spirituale che si erano ripromessi per attingerne forza, fu l'unico motivo di turbamento, anche se lieve, della loro serenità. In quell'istante entrò Sebastiano.

Egli si accorse subito che una spiacevole notizia era giunta ai  cristiani, e indovinò di che si trattasse... Si diede allora a infondere coraggio a quegli assertori di Cristo.

Li assicurò che non sarebbero stati privati del cibo sospirato"


 

SANTINI DEDICATI A SAN TARCISIO

    

In questi giorni sono stati stampati dei santini da una statua raffigurante San Tarcisio. La statua, alta circa un metro, si trova in questa parrocchia e viene portata a spalle per le vie del quartiere di IV Miglio durante la festa patronale che si svolge nel periodo di giugno.

Questa statua è stata ridipinta e ritoccata nel 2004 da una celebre e famosa restauratrice: Daniela Tartaglia.

Il primo santino, a busto intero, ha una tiratura limitata a 5000 copie, il secondo solo a 600 copie. Chi desidera avere una o più copie di questo santino di San Tarcisio può scrivere una email a: givice@tin.it


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Aggiornato: venerdì 01 aprile 2005